Esistenzialismo di un granchio o La repressione di un giovane
Pensata per una sceneggiatura teatrale
Seduti a un tavolo esterno del Frida c’eravamo io e Lorenza, un’amica dei tempi del liceo e con la quale condividevo allora anche gli stessi studi universitari. Entrambi eravamo nati e cresciuti a Milano, sebbene lei fosse molto attaccata alle sue origini napoletane: ogni qualvolta un insulto o uno sfottò verso gli abitanti della idealizzata terra delle sue origini giungeva alle sue orecchie, e vi assicuro che a Milano questo accadeva molto spesso, si potevano notare di colpo i suoi grandi occhi azzurri rimpicciolirsi mentre le bionde sopracciglia si aggrottavano, finché l’espressione tutta del suo volto non appariva decisamente minacciosa. La definirei una persona permalosa ma comunque in grado di non inciampare nel sottile filo che separa una frivola provocazione dal reale significato della stessa. Aveva un senso del dovere invidiabile, una testardaggine fuori dal comune che, unita a una pazienza limitata, la poteva far sembrare irascibile e seccante a tutte le persone che la conoscevano soltanto superficialmente. Per anni avevo provato a capirla senza successo; poi senza quasi rendermene conto ci trovammo, finalmente aveva deciso di mostrarmi la sua vera anima, di rompere una parte della spessissima barriera che la difendeva dall’incontrollabilità dell’esperienza umana. Sono certo che la decisione di Lorenza di aprire anche solo uno spiraglio della sua corteccia fu dovuta a un viaggio che per tre settimane Lorenza, Franco e me a vagabondare tra autobus e autostop sotto il cocente sole portoghese di agosto. In affollati ostelli incontrammo viaggiatori provenienti da ogni dove e ci tuffammo all’interno di quella che pareva essere una lunghissima corrente che trasportava centinaia di giovani avventurieri dalla costa meridionale della Spagna a quella occidentale del Portogallo, ci perdemmo, ci cercammo e infine ritrovammo cambiati ma inaspettatamente vicini nel pensiero e nelle visioni.
Pochi luoghi riuscivano a trasmettermi un senso di tranquillità come i muri ricoperti di rampicanti verdi e i tavoli pieni ma rilassati che insieme componevano l’ambiente pittoresco del Frida quel giovedì sera. Era da molti mesi che Lorenza ed io non riuscivamo a trovare il tempo di vederci, era come se una forza, un’aura negativa si fosse intromessa tra di noi e ci tenesse lontani, sebbene mai come allora condividessimo un’affinità elettiva di cui tutti e due eravamo nell’intimo dei nostri pensieri consapevoli. Davanti ad una birra sentivamo voci chiacchierare appassionatamente di qualsiasi cosa, dall’università al cinema, senza un attimo di tregua. Anche noi divagavamo confrontando le nostre diverse visioni su uno stesso tema e, nonostante partissimo da tesi diverse e a volte discordanti, finivamo per trovarci sorprendentemente d’accordo su ogni singolo argomento, come due pianisti che, mettendosi a suonare a quattro mani per la prima volta insieme, riescono battuta dopo battuta a trovare la coordinazione delle mani necessaria per suonare il pezzo e, quando improvvisamente si rendono conto di aver creato l’armonia, un abbozzo di sorriso si può scorgere sulle labbra di entrambi senza che però gli sguardi fissi sullo spartito si incontrino.
LORENZA: Sai, ho appena finito un telefilm che ti piacerebbe un sacco, si chiama Mad Men. Il protagonista ti assomiglia molto caratterialmente. Nel suo lavoro è affermato e pieno di successo, ma la sua vita privata è scandalosamente ambigua: è un uomo bipolare, ansioso e mai soddisfatto…
EMILIO: Mm, interessante. È questa la considerazione che hai di me?
L.: Questa è in realtà la considerazione che ho di me. Però anche tu, nella tua paventata sicurezza, nascondi in realtà un animo molto travagliato, non è così?
E.: Non posso negare. Ciò che più mi contraddistingue è in realtà l’assurdità delle mie scelte. A volte credo di avere delle manie di potere che si manifestano sotto forma di tentativo di eccellere per conoscenza. Sento di non avere un talento particolare ma ho una grande memoria. È proprio la memoria diventa mezzo per il fine, il potere. Inizio solo ultimamente a capire che nel mio subconscio adoro essere sempre un passo avanti, sapere più degli altri. Questo da un lato mi permette di poter essere ‘figo’, mentre dall’altro il sapere e l’organizzazione meticolosa della mia vita mi permettono di ridurre al minimo le situazioni inaspettate, dove a causa della mia poca intraprendenza e fantasia fatico a destreggiarmi. Se fosse davvero così come penso, sarebbe un po’ triste…
L.: Ma figurati, mi sembra che tu sia un po’ troppo severo con te stesso. Quando penso a te, vedo una persona sveglia e che sa molte cose, alcune molte di nicchia, proprio per questo hai un’idea di vita particolare, difficile da apprezzare per la maggior parte degli studenti della nostra universit…
E.: ECCO! Il problema è l’ambiente universitario sterile in cui ci stiamo sviluppando, in cui sono soltanto i soldi e il successo a contare, dove tutti sono scandalosamente impostati su un modello grigio e austero. Io non riesco proprio a ritrovarmi qui dentro, mi sembra di essere un granchio in un mare di salmoni: loro avanzano ordinati in branco e raggiungono i loro rigidi e poco fantasiosi obiettivi, mentre io arranco in orizzontale, mi perdo e non mi ritrovo, vivo di ideali che non sono minimamente in grado di soddisfare. Per ogni passo in avanti ne faccio dieci di lato, perché cerco di alleviare la monotonia dell’avanzata guardando anche al diverso, all’arte alla musica alla poesia, ma in nessuna di queste riesco ad entrare a fondo, dove sono quindi?
L.: Io invece vedo il nostro ambiente universitario come qualcosa di stimolante, soprattutto se considerato all’interno del contesto milanese. Tu e Jacopo siete così fieri di professarvi anti-sistema e radicali, ma nei fatti le vostre sono parole all’aria! E’ da mesi che parliamo di costituire un’associazione nuova, innovativa e fondata su principi più sociali, ma mi sembra che voi oltre alle proclamazioni non siate andati molto oltre.
E.: E tu? Tu cosa hai proposto? Le nostre idee sono in evoluzione ma abbiamo pensato tanto e qualcosa siamo riusciti a tirare fuori. Sarebbe bello riuscire a far co-esistere vari gruppi giovanili, studenteschi e non, ma bisogna pensare ad attività quotidiane senza neanche avere una stanza dove poterci ritrovare…
Capisci perché dunque non apprezzo i valori della nostra università? Neanche una stanza?!
L.: Rimane comunque il fatto che tutti voi continuate a riempirvi di orgoglio per questa vostre posizioni ribelli, neanche fossimo ai moti degli studenti negli anni settanta, ma non rimanete altro che studenti svegli ma solo in parte non omologati.
Io sono ‘diversa’ esattamente come voi, ma cerco di pormi in maniera più propositiva verso l’istituzione e soprattutto gli altri studenti. Credete forse che in altre università, sia esse pubbliche o non, trovate persone poi così diverse da qui. Le dinamiche interpersonali hanno spesso un carattere ciclico e circolare…
E.: Quello che dici è giusto, noi ci poniamo in maniera così aggressiva soltanto per superare i nostri stessi timori, le nostre insicurezze. Ti assicuro però che il rispetto e l’interesse per gli altri sono molto più forti in altre università; qui, da noi, il dio danaro è già a quest’età la principale attrattiva dei nostri compagni… SOLDI, SOLDI, SOLDI!! E lo stage, il curriculum, le raccomandazioni familiari, l’ostentazione, lo snobismo, cause ed effetti si fondono in un gigantesco gregge carico d’odio che penetra ogni singolo angolo di questo luogo in apparenza così felice, rendendolo a me repellente.
Il problema sai qual è? Questo gregge ad un certo punto si espande, il morbo infetto si diffonde a vista d’occhio. Dapprima in maniera del tutto inattesa ne sono contagiati i mendicanti della zona, uomini che il mio ferreo ideale suggerirebbe di aiutare improvvisamente mi diventano insofferenti. Cerco di scappare, vado via dall’università, cerco di camminare il più lontano possibile da quel luogo. Sai cosa succede allora? In ogni angolo ormai mi sento vuoto, inadatto, repulso e indifferente. Basta! Non posso più stare in questa città, il suo clima ristretto e limitato mi opprime.
L.: (dopo uno sbuffo a bocca serrata e lo stesso movimento di occhi e sopracciglia sopra riportato) Ma oltre a lamentarti sai fare altro? – rise – Per quanto mi trovi d’accordo con te non serve prendersela così sul personale. Le persone che conosciamo, incluse anche le conoscenze allargate, hanno portato anche me alla saturazione, tu stai cercando di spremerli fino all’ultimo seme e ne trai qualche nuovo frutto, qualche nuovo amico in grado di prolungare la tua pazienza e il tuo buon umore per qualche mese, ma poi finisci per sprofondare in questi crolli nervosi . Io invece credo che Milano abbia ancora persone interessanti da offrire, stimoli nuovi e costruttivi che richiedono soltanto lo sforzo della ricerca; siamo noi ad essere pigri!
E.: Ti sbagli, la ricerca di cui parli è ardua e questo perché Milano è una città piccola, dalla mentalità provinciale e sono abbastanza sicuro di non essere in grado di trovare stimoli da niente e nessuno in questa città, niente è per me pensabile a lungo termine. Di chi è la colpa non mi interessa, sento che è così e basta! Sarò in grado di finire i miei studi e poi me ne andrò via in cerca, prima di tutto, di me stesso…
L.: Che tu mi voglia o meno, ho proprio l’impressione che io ti seguirò con tutti i miei difetti nelle tue imprese orizzontali…
Lorenza si aprì in un sorriso infinito, che sprigionava la stessa tranquillità di uno dei pomeriggi portoghesi in cui, seduti all’ombra di un masso sulla spiaggia, leggevamo e cantavamo come persone libere in un mondo fatto a colori ed eternamente felice.
Gloria o il coraggio della ribellione
Camminando per le vie acciottolate che entrano ed escono da Spaccanapoli ci si imbatte continuamente in portoni di legno tanto alti da mettere in soggezione chi ci passa a fianco. Quando si tratta di entrare, però, bisogna piegarsi per non sbattere la testa e nello stesso tempo spingere per riuscire ad avere la meglio su un pezzo di legno spesso come un muro portante.
Entriamo in un palazzo decadente come ce ne sono tanti nel centro di Napoli. Muri grigi scrostati dal vento e dalla brezza marina diventano balconi di ringhiera arrugginiti, colmi di fili per stendere le lenzuola, tesi sotto il peso della biancheria bagnata ma fermi, piantati in pietre dure quanto è lunga la storia della città.
Ci apre Gloria, la madre di Checco, amico fraterno di Barbara, si conoscono fin dai primi anni di scuola. Ci accoglie con guanti di lattice sulle mani e una sciarpa rossa a coprirle la bocca, oscurando la metà inferiore di un viso che attira l’attenzione di chiunque se ne imbatte: capelli corti e folti, occhi profondi, naso appuntito di una carne colorita dal sole e dal cibo. Di più non posso dire, quello che gli occhi non vedono lo si lascia all’immaginazione, ma il velo rosso che le copre il resto del viso si adatta perfettamente alla pelle ai capelli rossastri, dando alla sua figura un tono oracolare. Sembra proprio di aver varcato la soglia di questa casa dagli alti soffitti per cercare risposte dalla maga Gloria, che intanto gesticola nel salotto che per un attimo diventa teatro. Ma Gloria è prima di tutto una gran cuoca, come lo è anche suo marito Roberto che ci accoglie seduto alla sua scrivania e riporta un po’ d’ordine in questa scena iniziale. Gloria è come una zia per Barbara e siamo venuti a trovarla senza che Checco sia in casa. Le conversazioni proseguono in tono vagamente frenetico, come se fossimo alle porte di un grande evento. In realtà, la visita non è nulla di particolare: un caffè a fine studio per augurarsi buon anno. Ma io che sono straniero in questa casa e ancora forestiero in questa città mi meraviglio di fronte alla teatralità dei gesti e delle parole che, come in una danza, mi hanno accompagnato dalla strada fin dentro casa e ora si sublimano in un’esibizione in cucina. Io percepisco frenesia e di frenesia ce n’è, ma non è soltanto il caffè. È raro per Gloria trovarsi a parlare con la sua quasi-nipote Barbara senza il figlio; e Gloria conosce Barbara al di là dell’aspetto fisico, al di là del carattere che anche noi che le siamo vicini crediamo di comprendere pienamente; la conosce come una madre e la guarda con occhi materni; per lei Barbara esiste come entità autonoma rispetto al figlio, non un amica né una fidanzata, ma una giovane donna con cui confrontarsi. Quella di oggi è perciò un’occasione per dare alla commedia del quotidiano un tono diverso, per superare quella barriera che solitamente contrappone figli e genitori e per creare una connessione indelebile in questa nuova fase della vita di Barbara, studentessa lontana dalla sua città natale. Gloria ci parla del passato, racconta della sua gioventù. Seduta su una sedia di fronte a noi, pubblico catapultato in sala senza averlo scelto ma ormai desideroso di sapere, non smette di muovere le mani e di imprecare contro il velo che è tanto affascinante per me quanto scomodo per lei che lo porta. Attenzione, però, non il teatro è parte della natura dei napoletani, non esiste una quarta parete, lo spettatore è sempre complice e attore; in questo caso, ad amalgamare la scena sono le tazzine del caffè, che tutte le cinque persone sedute al tavolo bevono mentre mangiano un tiramisù fatto in casa, e nessuno crederebbe mai di essere in scena.
– Francesco crede di poter comportarsi come un sessantenne, lo fa anche perché vede noi. Ma noi siamo stati giovani, e la mi giovinezza non è stata facile. Mia sorella scappò di casa, era anarchica e bruciava le bollette in piazza – i nostri occhi sgranano e stemperiamo la tensione con una risata di sbalordimento – Io mi iscrissi al liceo dell’Accademia di Belle Arti, che all’epoca aveva sempre le porte aperte. Nel senso, non era come tutte le altre scuole che quando le lezioni cominciavano al mattino chiudevano il portone. No. Da noi c’era un via vai di gente tutto il giorno. Nel cortile c’erano quelli che si drogavano, alcuni che facevano cose creative e poi quelli che stavano dentro i movimenti, i militanti. – era il movimento del ’77, indiani metropolitani che oscillavano tra creatività e azioni violente. – Io mi iscrissi al collettivo, ma era un casino. Ero troppo giovane, non avrei dovuto. Il mio liceo era attaccato all’Accademia e dentro al collettivo stavamo tutti insieme: io, che avevo quattordici anni, e gli studenti dell’Accademia che ne avevano ventitré. È evidente che avessimo necessità e prospettive diverse; una ragazzina viene travolta da tutto questo movimento ma non ha gli strumenti, non ha la maturità sufficiente per comprenderli. Insomma, un fu un casino. Chiaramente i rapporti con i miei genitori erano pessimi, ma non li critico: c’era una tensione tra la mia generazione che frequentava le università e cercava ardentemente il cambiamento, e una, quella dei miei genitori, che non aveva gli strumenti per capire, non aveva avuto un’educazione sufficiente e dunque non poteva essere coinvolta nel cambiamento. In famiglia trovai tante barriere. Poi, quando mio padre andò in pensione, decise di andarsene da Napoli ad Avellino. Non c’era un motivo particolare, solo la voglia di starsene in un luogo più tranquillo.
– Poi mi iscrissi all’Accademia, ed era il ’77, quindi potete immaginare quanto studiassi. Noi dell’Accademia facevamo esibizioni creative in giro per la città, c’erano installazioni con fili che percorrevano le vie, esibizioni provocatorie, spesso con giovani nudi; tutto quello che si faceva metteva in discussione lo stato vigente delle cose. Il discorso politico era polarizzato agli estremi; io ero una delle più movimentiste, prendevo e andavo a tenere comizi in giro per la città, nelle altre scuole, per conto del partito – Quale partito? – mi azzardo a chiederle – Democrazia Proletaria, stavo a sinistra. Facevamo comizi nelle palestre di altri istituti. L’università nei primi anni non l’ho proprio mai vista, tanto che la lasciai. Poi però, dopo essere andata e tornata e aver fatto in sostanza un gran casino, decisi che mi sarei iscritta di nuovo all’Accademia. E stavolta avevo voglia soltanto di lavorare. Ma pensa un po’? Appena ricominciai di nuovo l’università era occupata e non si faceva lezione, ed io ero incazzata nera perché volevo farla. All’epoca c’erano due professori di scultura: uno era un grande nome e io volevo assolutamente fare lezione con lui. Andai a cercarlo nel suo ufficio ma niente, sedia vuota e di lui neanche l’ombra. Così mentre vagavo per i corridoi incontrai il secondo, quello che sarebbe diventato il mio Maestro. Discuteva con gli studenti; allora mi avvicinai e gli dissi: “Mi scusi, lei è il professore? Non è che potrebbe venire in aula perché io vorrei fare lezione”. E così conobbi il mio Maestro. Una volta trovato chi mi poteva insegnare, un altro problema si palesò: con l’università occupata c’era un casino che non si poteva assolutamente lavorare in pace. Perciò scesi nell’aula magna, dove c’era un comizio, chiesi la parola e convinsi tutti che non aveva senso protestare con un’occupazione se poi non facevamo vedere a nessuno le pratiche e i risultati della nostra occupazione, e che quindi dovevamo uscire dai muri dell’università per coinvolgere le gente nella protesta. Non fu l’unico intervento che feci, ma con questo genere di proposte riuscì a liberare l’università e a lavorare con calma. E lavoravo per ore, con il mio scalpello stavo attenta ai minimi dettagli. Un giorno il mio Maestro entrò e mi disse: “Com’è che tu sei così focosa durante le assemblee, ti sbatti e ti agiti dovunque, e poi quando vieni qui diventi eccessivamente precisa?” Mi aveva visto in assemblea e ora mi sfotteva. Abbiamo mantenuto un bellissimo rapporto io e il mio Maestro, ma anche ora, sebbene ci diamo del tu, io lo continuo a chiamare Maestro. –
Non esce una sillaba dalle nostre bocche mentre Gloria racconta e gesticola con gli occhi grandi e che sfiorano la commozione. Anche i nostri occhi luccicano, ma di stupore; vedo Barbara eccitata, aveva sentito qualcosa da sua madre riguardo il passato di Gloria, ma non poteva immaginare che il racconto sarebbe uscito così, in un banale caffè delle sei; Eleonora è rimasta a bocca aperta per tutto il racconto, sorrisi si sono alternati a espressioni di stupore; Capasso ha ascoltato attentamente passandosi continuamente le mani tra i capelli. Suppongo sia un segno di concentrazione. Ed io, che sono entrato in questa casa per la prima volta oggi, non mi sono sentito straniero neanche un istante e mi trovo ora a custodire il ricordo di un pezzo di vita di una persona che invece di me non sa nulla. La apprezzo e la stimo.
– Promosso – dice rivolta a Barbara mentre ci alziamo. Il commento è scherzosamente riferito a me, il nuovo arrivato.
Una giornata all’italiana
Stazione di Rimini, undici della mattina di una soleggiata giornata estiva. Ieri ero ad Ostuni, stasera sarò a Ischia: ebbene si, alcune disavventure mi hanno costretto a diciassette ore di viaggio in due giorni. Per tre settimane ho girato il Belpaese da Nord a Sud, oscillando tra il Tirreno e l’Adriatico, ma basta quest’ultimo giorno di viaggio per riassumere in maniera pittoresca pregi e difetti nostrani.
La stazione è affollatissima, segnale che il lungo ponte di Ferragosto è iniziato; il mio treno è in ritardo quanto basta per farmi perdere la coincidenza a Bologna ma questo non mi demoralizza, con me ci sono tre gustosissime piadine romagnole che mi intratterranno nell’attesa. Come la stazione, anche il binario è colmo di passeggeri in attesa del treno della speranza in arrivo da Bari, un vecchio intercity che da anni scarrozza lentamente pendolari e turisti su e giù per il tacco. Di fianco a me quattro ragazzi stanno chiaccherando tranquillamente tra di loro, hanno l’aria assonnata, probabilmente dovuta ai bagordi tipici delle serate in riviera; in lontanza vedo due loschi figuri tutti vestiti di nero avvicinarsi a noi con fare aggressivo, sulle loro magliette campeggia la scritta “STAFF RIMINI BAIA IMPERIALE”. Neanche il tempo di rallegrarmi nel vedere questi passarmi oltre (d’altra parte perché se la sarebbero dovuta prendere con me che manco so cosa sia Baia Imperiale?) che d’improvviso li vedo fermarsi proprio di fronte ai ragazzi che avevo notato poco prima. “A strunz” dice uno dei due loschi rivolgendosi al più alto dei quattro prima di colpirlo con un ceffone talmente ben assestato da far volare gli occhiali da sole del ragazzo sulle rotaie. Immediatamente inizia una colluttazione, i due vengono separati, mentre uno dei ragazzi chiama addirittura la polizia. Segue una discussione in napoletano stretto in cui non si riesce a capire quale sia la causa della lite, ma si conclude in maniera petrosa con i due loschi che se ne vanno sbraitando “Tornatevene a Napolicchio facc’ e cazz’”. Tra il comico e il grottesco, un ottimo modo per far andar di traverso la colazione.
Neanche il tempo di metabolizzare un buongiorno alla Fight Club che la mia attenzione viene attratta da quanto sta accadendo sul binario di fianco al mio: un treno diretto ad Ancona, e quindi pronto a far tappa in tutte le più note e affollate città della riviera, è appena arrivato in stazione mentre decine e decine di persone si ammassano a ridosso della invalicabile linea gialla, pronte ad assaltare il convoglio. Famiglie, ragazzi e venditori ambulanti si schiacciano dentro il treno che nel giro di pochi secondi diventa inaccessibile; zaini in testa, bambini sulle spalle dei genitori e, immancabilmente, giovani muscolosi che bloccano le porte per cercare di far salire quanta più gente possibile su vagoni già al collasso. Il fischio del capo treno si ripete più volte prima che finalmente le porte si chiudano, lasciando intravedere guance schiacciate contro i vetri appannati, come sulle navi verso l’America nel dopoguerra. Finalmente l’altoparlante scandisce l’annucio che aspettavo.
Con 33 minuti di ritardo arriva il mio treno. Rispetto alla agitatissima stazione di Rimini, la mia carrozza è la celebrazione della tranquillità, probabilmente perchè i passeggeri hanno esaurito ogni argomento di discussione dopo sette ore di viaggio. Il più attivo è un anziano parroco che, attaccato al telefono, organizza gli incontri e le attività che lo aspettano al rientro in città. Nel clima afoso e un po’ opprimente (ma pur sempre molto romantico) del vecchio intercity, una signora si dispera credendo di aver smarrito il suo zaino rosso prima di rendersi conto che, tornando dal bagno, si è fermata nella carrozza sbagliata. Io continuo a leggere un resoconto del 2001 sugli scontri alle manifestazioni per il G8 di Genova, acquistato ieri sera in un fornitissimo mercatino nella piazza centrale di Rimini, ponendo particolare attenzione alle tecniche di guerriglia urbana dei Black Bloc; voglio infatti preparami al meglio per affrontare l’ufficio Assistenza Trenitalia dove dovrò cercare di farmi largo tra i viaggiatori infuriati e polemici. Infatti, queto sarà un passaggio obbligato per essere assegnato ad un nuovo treno alla volta di Napoli.
Ed infatti, come nel peggiore degli incubi, il servizio assistenza dispone di una sola impiegata, la quale cerca di barcamenarsi tra biglietti e grida di passeggeri infuriati perchè hanno perso la coincidenza e non riusciranno a fare il bagno prima di domani mattina. Una signora romana ed un simpatico vecchietto napoletano scherzano tra di loro: “Domani signore ci giochiamo i numeri del treno sul quale ci metteranno!” dice lei guardando con occhi di sfida l’impiegata, “Signora, che ci possiamo fare…” risponde saggiamente lui. Pochi istanti dopo la stessa signora se la prende con un altra persona che, sfruttando la disorganizzazione delle code all’italiana, si era furbescamente spinta davanti a tutti. Non appena riesco a farmi cambiare il biglietto scappo via prima di essere indirettamente coinvolto in una poco nobile “Presa dell’ufficio di Trenitalia”.
Mentre mangio le mie piadine per rincuorarmi, decido che è necessario prendermi una piccola rivincita su Trenitalia, rea non solo di avermi fatto perdere il treno ma anche di avermi caricato su quello successivo senza garantirmi né un posto né un rimborso. Una volta salito sul treno scelgo con accuratezza il posto più comodo che la Business Class abbia da offrirmi e passo le successive tre ore nel mondo dei sogni. Quando mancano pochi minuti all’arrivo a Napoli, vengo svegliato da un ragazzo che vorrebbe vendermi delle calze. Si siede di fianco a me e cerca in tutti i modi di convincermi; “Me lo vuo’ far bere un caffé?” mi dice, ma io posso soltanto rispondergli che non ho soldi. Probabilmente non mi crede e perciò insiste, così quando alla fine gli mostro uno scarno portafogli contenente soltanto dieci centesimi quello si gira verso un suo compagno (ah, quindi erano in due?!) e con tono incazzoso gli dice “Ma sei nu scemo, questo qui tiene dieci centesimi, nun ci faccimm’ niente” e se ne va, passa il suo compare “Neanche una sigaretta c’hai?”. Purtroppo per questi due avventurosi venditori ambulanti, dopo diciassette giorni di vagabondaggio per l’Italia non ho niente da offrire se non un ottima pesca romagnola, che loro prontamente rifiutano.
Sono le diciotto e io devo ancora faticare parecchio per arrivare al traguardo, ma la farò breve. Dopo aver vagato per mezz’ora alla ricerca della Metro 1, arrivo, sempre con i miei 10 centesimi nel portafoglio, ed ovviamente questi non bastano per pagare il biglietto. Dopo aver provato svariate soluzioni entro in un gabbiotto della metro per chiedere quali opzioni rimangono a mia disposizione: “Dove devi andare?” mi chiede un addetto ai tornelli “Ad Università” rispondo esausto, “Passa dai”. L’incredibile umanità di questa persona mi ha permesso di superare uno degli ultimi ostacoli. Corro al porto, prendo al volo l’ultimo traghetto in partenza e vengo premiato dal più bel tramonto di cui i miei giovani occhi (e anche il mio cuore) abbiano mai avuto esperienza: volano bassi i gabbiani intorno alla nave, il sole sprofonda tra le piccole abitazioni di Procida, ma l’imbarcazione è in movimento e quindi ecco che il sole ricompare un’ultima volta all’orizzonte prima di scavallare nell’altro emisfero lasciando a noi un cielo che sembra un dipinto con una grande pennellata rossa e densa al centro e il blu, del cielo e del mare, tutto intorno. Con questa immagine nel cuore arrivo a casa colmo di felicità, vedo mia sorella, provo ad abbracciarla ma lei si scansa “Sembri un barbone” mi dice ed io la ringrazio.
AMERICA 1960’s: BEAT BOP GENERATION
Marzo 1957
Presso gli Atlantic Studios di New York Charles Mingus registra The Clown. “The first blues I’ve made on record” campeggia sulla nota di copertina, sapientemente redatta da Nat Hentoff.
Per comprendere l’enormità del Mingus-bassista e compositore basta ascoltare l’assolo con cui inizia “Haitian Fight Song”, traccia d’apertura dell’album. Note profonde e ben marcate si lanciano rapidamente verso tonalità più acute per poi tornare nelle inesplorate profondità del basso. Poi la grande ripresa, l’assolo si fa più incisivo fino a quando diventa impossibile non essere travolti dall’agilità del suono: questo è il basso di Charles Mingus, questo è The Clown. Per capire la profondità del Mingus-uomo, e quindi anche dell’album stesso, bisogna invece fermarsi a osservare la copertina. Ovviamente campeggia in primo piano la faccia di un clown dal nasone rosso, truccato nella più convenzionale delle maniere. Che cosa ha dunque di particolare questa così ovvia copertina? Gli occhi! Gli occhi del clown sono Charles Mingus e negli occhi del clown stesso è evidente quanto l’individuo Mingus abbia influito su Mingus-compositore. Gli occhi in copertina esprimono una tristezza e una spossatezza proprie dell’Esausto di Gilles Deleuze piuttosto che di un bassista jazz. Le vicende travagliate della vita di Mingus-uomo, personaggio esasperato dalla discriminazione, goloso e vittima dal vizio, degno appartenente del terzo girone dell’Inferno dantesco, hanno profondamente influenzato la sua produzione artistica. Emarginato tra gli emarginati, per via delle sue discendenze multiculturali, Mingus-uomo cresce con un radicato complesso d’inferiorità e lo combatte per tutta la vita, tanto da farlo emergere preponderante nella figura del clown, che entra in scena titubante e impaurito e impiega svariati minuti prima di lasciarsi coinvolgere. E’ però forse nei toni timidi e riservati di “Haitian Fight Song” che la sensibilità sconvolgente e straordinariamente innovativa di Mingus si esprimono a pieno. Alla sua eterna fanciullezza sono senza dubbio legati i più grandi successi del Mingus-bassista, ma anche gli abissi maggiori nella vita da uomo. Della vita musicale di Mingus si ricorda però anche un’inaspettata e ossessiva ricerca della disciplina, dell’ordine e del rigore che sono, all’attenzione dei critici musicali, le doti che l’hanno reso il grande bassista che ha rivoluzionato il jazz East Coast anni ‘50 e ’60.
Tanto quanto musicista quanto come compositore ha influenzato tre decenni. La personalità così sopra le righe è testimone di un carattere assai lontano dalla convenzionalità, con la quale si scontra a tal punto da ammettere la propria follia facendosi ricoverare in manicomio nella prima metà degli anni ‘70. Tuttavia, senza la follia dell’uomo, non ci sarebbe stato neanche un compositore così geniale e anticonvenzionale da lasciare un segno profondo nel mondo del jazz.
La prima parte di carriera, negli anni ’50, è caratterizza da collaborazioni costanti e di altissimo livello con artisti come Louis Armstrong, Charlie Power e Miles Davis. Dalla fine degli anni ’50 e per tutti gli anni ’60 rilascia dischi e collaborazioni fondendo generi e sottogeneri: bop, blues, gospel, musica classica e free jazz. I giovani musicisti che hanno avuto la fortuna di essere scelti a suonare con “The Angry Man of Jazz” (soprannome affibbiatogli per via del suo carattere violento) si sono poi lanciati in grandiose carriere, a seguito dell’esperienza acquisita cimentandosi con strumentazioni non tradizionali, altra ossessione compositiva di Mingus.
Superata anche la depressione, soltanto la malattia gli ha, nell’ultima fase della sua vita, impedito di continuare a suonare. Muore nel 1979 lasciandoci straordinarie composizioni musicali ma anche una biografia, Beneath the Underdog, grande testimonianza della sua proliferazione musicale e intellettuale. La realtà distorta dell’autobiografia lascia trasparire le grandi ferite che hanno messo in crisi la visione del mondo del Mingus-uomo. Nel bene e nel male, il suo approccio è stato talmente sopra le righe da poter dire egli stesso di essere “tre persone in una”.
Settembre 1957
Jack Kerouac pubblica On The Road, romanzo cardine della corrente Beat e porta di ingresso per il mondo di poesia, musica jazz e viaggi tipico della cultura “on the road” anni ’60. Nell’era del jazz di Charlie Parker e Miles Davis, Sal Paradise, alter-ego di Kerouac, e Dean Moriarty sono i principali protagonisti della narrazione autobiografica. La strada, in particolare la mitica Route 66, è l’elemento che collega tutti gli eventi della vicenda: il normalissimo Natale in famiglia interagisce dunque con scorribande notturne fuori da ogni regola a Frisco e con gli interminabili viaggi da New York alla West Coast e in tutto il resto d’America. L’influenza di questo romanzo sulla cultura americana è ancora oggi fortissima per merito di un modo di pensare fuori dagli schemi e uno stile unico. Dedicarsi al viaggio, abbandonare le vicissitudine cittadine per cercare la propria identità, il proprio io sulla strada è il tema di fondo del romanzo. Lo stile virtuoso e a tratti lirico di Kerouac ha contribuito a far emergere la profondità, la malinconia, la solitudine ma anche i sogni e la passione di un personaggio che potrebbe essere chiunque di noi. La forza della ribellione e l’andare oltre le regole per cercare chi veramente siamo è la grandezza del romanzo e della Beat Generation più in generale.
Di giorno sulla strada, la sera nei jazz club: questa è la filosofia di Kerouac, Ginsberg e Burroughs. Il legame tra jazz e letteratura nel dopoguerra è fortissimo e, in particolare, le collaborazioni tra i poeti maledetti della Beat Generation e i jazzisti più famosi d’America non mancano. Il preferito dai “Vagabondi del Darma” è stato senza dubbio Charlie Parker, ma erano tenuti in grande considerazione anche Miles Davis e Charlie Mingus. Nei club poeti e musicisti hanno per anni provato a fondere insieme le proprie creatività per cercare di dare una forma artistica al nevrotico stile di vita cittadino, dal quale loro stessi fuggivano. Sono state molte le composizioni jazz di quel periodo dedicate a Kerouac, Bop For Kerouac (Mark Murphy e Richie Cole), Kerouac’s Last Dream (Jack Elliot), ma molte sono state anche le collaborazioni poesie-musica, come The Jack Kerouac Collection e The Beat Generation.
Luogo prediletto d’incontro è sempre stato il Cafè’ Bohemia, su Barrow Street: questo centro della creatività è anche il luogo dove Charles Mingus pubblica Mingus At The Bohemia nel 1955, mettendo ancora più in luce il fortissimo legame tra le correnti Beat e Jazz (nel suo caso Bop). L’affinità tra le due culture è merito del fatto che i poeti Beat hanno sempre espresso i loro sentimenti in parole e musica, facendosi spesso accompagnare da bande Jazz. Hanno sempre preferito destinare le loro poesie a questo tipo di produzione piuttosto che mandarle in pubblicazione. Le vite folli di jazzisti e scrittori della controcultura si sono per anni incrociate e hanno prodotto opere artistiche e letterarie straordinarie, ognuna contente dentro l’altra. Nel Jazz di Mingus, Parker e Davis ci sono tanti viaggi e tanta vita, mentre le avventure dei Beatniks hanno come filo conduttore il jazz d’America che scandisce il ritmo dei viaggi da East a Ovest, da Nord a Sud.
Lo stile moderno e, soprattutto, la contrapposizione tra il frenetico ritmo cittadino e la pace interiore del viaggio rendono sia la letteratura Beat sia il Jazz di Mingus e Parker tremendamente attuali. L’anticonformismo di Kerouac e Mingus ma anche la loro eterna giovinezza rivelano non soltanto caratteri unici e moderni ma hanno anche la grandezza di reinterpretare e riproporre ad uso della contemporaneità grandi generi e autori del passato. I romanzi di Kerouac hanno dentro tanto Proust, tanto Hemingway ma anche le riflessioni Cèline e Thoreau, mentre Mingus, che da giovane avrebbe voluto suonare in un’orchestra di musica classica, ma era stato scartato per il colore della pelle, fu profondamente influenzato nella sua produzione dalla vasta conoscenza della musica classica, cercando sempre di essere all’altezza dei grandi compositori che hanno riempito la sua infanzia.