L’umanità vien di notte

L'umanità vien di notte
su un bus delle quattro,
un breve tratto
da Porta Romana a Centrale.
Una donna con il velo
parla al conducente,
ride mentre lui impugna il volante;
un uomo russa forte,
la testa appoggiata al finestrino,
il suo respiro lo riempie di condensa;
un'anziana signora si alza
e gli tira un innocuo schiaffo sulla spalla
"La vuoi smettere? Russi come un cavallo!"
poi torna a sedersi;
ragazzi e ragazze,
seduti in mezzo al bus, parlano;
si conoscono, s'incontrano ogni mattina
e quando uno di loro scende
si salutano, dandosi appuntamento a lunedì.
Sale un signore e fa un cenno al conducente
"Ciao, io mi metto qui"
quasi come aspettasse il suo turno
per potergli finalmente parlare. 
Un marocchino e una donna dai capelli bianchi,
la pelle appena raggrinzita dalla vecchiaia,
slegano le bici, scendono
e pedalando si perdono nella notte. 
Si parla sommessamente sul bus,
movimenti lenti,
sguardi stanchi o appena svegli. 
Il mezzo sfreccia
tra pallidi lampioni notturni
- lontano dalla luce del giorno, 
dall'ordine e dall'eleganza, 
dalle vie del centro e dalla moda, 
dai palazzi, che in numero sempre maggiore
sfidano il cielo -
l'umanità scorre tra le vie,
mobile come il bus
che questa notte la trasporta. 

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