L'umanità vien di notte su un bus delle quattro, un breve tratto da Porta Romana a Centrale. Una donna con il velo parla al conducente, ride mentre lui impugna il volante; un uomo russa forte, la testa appoggiata al finestrino, il suo respiro lo riempie di condensa; un'anziana signora si alza e gli tira un innocuo schiaffo sulla spalla "La vuoi smettere? Russi come un cavallo!" poi torna a sedersi; ragazzi e ragazze, seduti in mezzo al bus, parlano; si conoscono, s'incontrano ogni mattina e quando uno di loro scende si salutano, dandosi appuntamento a lunedì. Sale un signore e fa un cenno al conducente "Ciao, io mi metto qui" quasi come aspettasse il suo turno per potergli finalmente parlare. Un marocchino e una donna dai capelli bianchi, la pelle appena raggrinzita dalla vecchiaia, slegano le bici, scendono e pedalando si perdono nella notte. Si parla sommessamente sul bus, movimenti lenti, sguardi stanchi o appena svegli. Il mezzo sfreccia tra pallidi lampioni notturni - lontano dalla luce del giorno, dall'ordine e dall'eleganza, dalle vie del centro e dalla moda, dai palazzi, che in numero sempre maggiore sfidano il cielo - l'umanità scorre tra le vie, mobile come il bus che questa notte la trasporta.