Emilio Caja
Riflessione su due film degli anni ’60
Nel 1963, Le Mani sulla Città è ambientato in una Napoli in piena ricostruzione nel dopo-guerra, il film si concentra sulle vicende del consiglio comunale cittadino e in particolare sulla figura del consigliere Nottola, costruttore che trae vantaggio dalla sua posizione politica per assicurare alla ditta di sua proprietà gli appalti per la costruzione di abitazioni moderne sul lungomare napoletano. Nottola è l’archetipo dello speculatore edilizio che, in fascino da Prima Repubblica, porta avanti il fenomeno di gentrificazione operando in pieno conflitto d’interesse tra pubblico e privato. Durante il film, la caratterizzazione del personaggio di Nottola avviene in due modi. Da un lato l’indole cinica e affarista del costruttore emerge dalla sua bocca, come in una delle battute all’inizio del film:
La città va in là? E questa è zona agricola! E quanto la puoi pagare oggi… trecento, cinquecento, mille lire a metroquadrato? Ma domani, questa terra, questo stesso metroquadrato, ne può valere sessanta, settantamila, e pure di più! Tutto dipende da voi! Il cinquemila percento di profitto! Eccolo là! Quello è l’oro oggi! E chi te lo dà: il commercio, l’industria, l’avvenire industriale del mezzogiorno?! Sì!… Investi i tuoi soldi in una fabbrica: sindacati, rivendicazioni, scioperi, cassa malattia! Ti fanno venire l’infarto co’ sti’ cose! E invece, niente affanni e niente preoccupazioni. Tutto guadagno e nessun rischio. Noi dobbiamo fare solo in modo che il Comune porti qua le strade, le fogne, l’acqua, il gas, la luce e il telefono.
Dall’altro lato è il deputato del Partito Comunista, il consigliere De Vita, che con una retorica marxista caratterizza la figura di Nottola, e più in generale il potere della Prima Repubblica, per opposizione, rilevandone i tratti più subdoli e corrotti. Dal suo intervento finale il consiglio comunale:
Approfittando del potere che è nelle vostre mani, voi però queste leggi non le fate nell’interesse di quelli che vi hanno dato il voto. I miliardi, i miliardi della legge speciale per la città, i soldi di tutti quanti noi cittadini, servono solamente a riempire legalmente le vostre tasche […] In quest’aula tu [Nottola] verrai eletto assessore e forse ti illudi che tutto è rimasto come prima. Invece le cose stanno cambiando e come sempre, quando le cose stanno cambiando, c’è qualcuno che cerca di arraffare tutto quello che è possibile senza preoccuparsi dei bisogni e delle speranze della gente […] Quelli che sono i vostri sudditi stanno prendendo coscienza, stanno prendendo consapevolezza dei loro diritti di cittadini, e tu lo sai perciò lotti, con la legge e senza legge.
L’intento di Rosi è quindi abbastanza chiaro: mettere in evidenza quelle che erano le collusioni tra i vari poteri, tra potere economico e potere politico, rendere chiaro come una città fosse regolata da questo rapporto, da questo intrico di interessi che mescolavano in maniera molto oscura, e anche molto chiara, la politica con l’economia. La maggior parte del film è girata dentro le stanze del potere, siano il Consiglio Comunale, la casa del sindaco o gli uffici del Comune; si alternano addirittura due giunte, la prima di destra e la seconda di centro, ma rimane un’unica costante: Nottola è consigliere, si indaga e si denuncia Nottola. Il conflitto centro-destra/sinistra, anche visto come statalismo/imprenditoria si consuma sulla pelle dei sottoproletari dei Rioni napoletani, i “sudditi”, poverissimi e vittime di una classe politica legittimata dal loro voto ma completamente disinteressata dai loro bisogni. Non soltanto i palazzi di Nottola, ma anche la retorica di De Vita sono distanti: infatti, quando il consigliere comunista si presenta dai cittadini in protesta contro lo sgombero forzato ha pochi strumenti conciliatori e anche la sua retorica viene meno. La maggior parte di questi cittadini non fa neanche parte della classe operaia che negli anni ’60 è l’elettorato cardine del PCI in Italia. In questo senso è proprio il discorso finale del deputato comunista a far emergere il personaggio potenzialmente più sovversivo della storia: il sottoproletariato. Questo sfugge, seppure per il momento al ribasso, alla società disciplinare definita da Foucault1 negli anni settanta come caratteristica delle società del XIX e XX secolo, organizzate attorno ad ambienti chiusi come la fabbrica, la scuola e la prigione, sorvegliati a vista da dirigenti e supervisori. Il conflitto imprenditoria capitalista contro comunismo è la dialettica su cui si costruisce la società disciplinare. Rosi identifica una parte della popolazione che ancora non rientra in questa stretta dicotomia. I sottoproletari sono intrappolati nella loro condizione di povertà eppure nel film si vede un primo tentativo di ribellione, durante la protesta di fronte allo sgombero. La crescita economica tocca, seppure di striscio anche loro, e questi acquisiscono un potenziale sovversivo che De Vita riconosce apertamente nel suo discorso in consiglio: «stanno prendendo consapevolezza dei propri diritti di cittadini». Le dinamiche di potere sono complesse ma lineari e vengono concisamente riassunte dalla didascalia di chiusura:
I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce.
Il pessimismo neorealista non può che far credere che i piccoli venditori dei bassi napoletani, destinati alla periferia industriale della città, abbiano ottenuto al massimo la promozione all’interno del sistema di fabbrica. Quello che senza dubbio lascia in dote il film è un profondo senso di sconforto rispetto alla possibilità di mettere in discussione il potere, di interrogare l’operato di coloro che lo esercitano.
Le Mani sulla Città ritrae dunque la fisica del potere come conflitto tra ideologie, senza lasciare speranza alla possibilità di metter in discussione il potere. Coglie però anche l’elemento del cambiamento a cui il potere stava andando incontro. Scrivendo su L’Autre Journal nel 1990, Deleuze spiega questo passaggio:
Le discipline conosceranno a loro volta la crisi a vantaggio di nuove forze che si metteranno lentamente al loro posto, precipitando dopo la Seconda guerra mondiale: le società disciplinari sono già qualcosa che non siamo più, qualcosa che cessiamo di essere. Ci troviamo in una crisi generalizzata di tutti gli ambienti di reclusione, prigione, ospedale, fabbrica, scuola e famiglia. La famiglia è un “interno” in crisi come tutti gli altri interni, scolastici, professionali ecc. I ministri competenti non smettono di annunciare delle riforme ritenute necessarie. Riformare la scuola, riformare l’industria, l’ospedale, l’esercito, il carcere: ma ciascuno sa che queste istituzioni sono finite, a scadenza più o meno lunga. Si tratta soltanto di gestire la loro agonia e di tenere occupata la gente fino all’installazione di nuove forze che premono alle porte. Queste sono le società del controllo che stanno per sostituire le società disciplinari. “Controllo” è il nome che Burroughs ha proposto per designare questo nuovo mostro e che Foucault riconosce come nostro prossimo avvenire.
Il passaggio dalla società disciplinare alla società del controllo è anche il passaggio dalla fisica alla micro-fisica del potere, per citare sempre Foucault2.
La “Trilogia delle Nevrosi” di Elio Petri comincia con Indagine su Cittadino al di sopra di ogni Sospetto nel 1970. L’opera indaga le nevrosi del potere. Il protagonista, appena promosso al comando dell’ufficio politico della Questura, uccide la sua amante. Consapevole e allo stesso tempo incapace di sostenere il potere che egli stesso incarna, il poliziotto dissemina la scena del delitto di prove e, durante le indagini, alternativamente ricatta, imbecca e depista i colleghi che si occupano del caso.:
La legge, la legge, tutte le leggi, quelle conosciute e quelle sconosciute: l’indiziato ritorna un po’ bambino ed io divento il padre, il modello inattaccabile, la mia faccia diventa quella di Dio, della coscienza; è una messa in scena per toccare corde profonde, sentimenti segreti… no, ma non ti turbare. Io ti sto spiegando una mentalità perché… ma cosa credi? Queste sono le basi sulle quali si poggia l’autorità costituita; professori universitari, dirigenti di partito, procuratori delle imposte, capistazione… (vieni, vieni adesso ti faccio vedere come abbiamo trovato la puttana del mandrione) poi finiamo per somigliarci noi poliziotti coi delinquenti: nelle parole, nelle abitudini, e qualche volta perfino nei gesti.
Il poliziotto assassino, in virtù della vittoria dell’ordine costituito, finisce per agognare la propria punizione, che tuttavia gli viene preclusa dal suo potere e dalla sua posizione:
Alle ore sedici di domenica ventiquattro agosto, io ho ucciso la signora Augusta Terzi con fredda determinazione. Ho una sola attenuante: la vittima si prendeva sistematicamente gioco di me. Ho lasciato indizi dappertutto, non per fuorviare le indagini, ma per provare, per provare… per provare la mia insospettabilità. Tuttavia, quando hai fatto condannare al tuo posto un innocente, la tua insospettabilità non è provata.
Il tema dell’inestirpabile corruzione del potere rimane, ma dal film di Petri emergono strati della politica ancora più sotterranei: i suoi lati ossessivi, i suoi aspetti di dispositivo fantasmatico, le descrizioni della condizione kafkiana del potere e dei servitori del potere. La micro-fisica del potere emerge quando il potere viene contestato, a partire dal 1968, e qui sta la grande differenza tra i due film: non è un caso che la deriva schizofrenica del “dottore” venga accelerata dal confronto con il giovane studente anarchico Pace, unico personaggio che mette in dubbio l’innocenza del potere non facendone parte ed essendone apertamente contro:
Lo sai chi sono io? – Per me, tu eri l’amante della signora del piano di sotto, quella che hanno assassinato. – Da chi e quando? – Per me le signora l’hai ammazzata TU il pomeriggio di domenica 24 agosto. – A che ora? – Per me puoi averla ammazzata tra le 17 e… e le 19, l’ora in cui ci siamo incontrati al cancello, come sai. – Visto che per te è tutto così chiaro, denunciami. – Ti piacerebbe. – Denunciami! – Qui ci sei e qui ci rimani, un criminale a dirigere la repressione è perfetto, è perfetto, è perfetto, è perfetto! – Denunciami, tu mi devi denunciare, tu mi devi denunciare, io ho sbagliato, ma io voglio pagare capisci? E non gridare, non gridare! – Fai il tuo lavoro! – Tu mi devi denunciare, perché io sono una persona p… – [il ragazzo alle guardie]: Aprite! [al dirigente] E alla prossima azione, ti telefono! Ti tengo in pugno, tiè!
Pace, al contrario di De Vita, esce vincitore dal confronto con la corruzione del potere. È interessante notare come nella società del controllo il rapporto tra chi detiene il potere e chi lo subisce diventi molto più sottile, e subdolo. Non si guarda più all’impotenza degli sfruttati e dei loro rappresentanti di fronte ai soprusi di un potere che organizza i tempi e gli spazi della vita; il tema centrale diventano invece le dinamiche che il potere esercita sul corpo degli individui, sulla loro sessualità e i loro desideri. Il potere travalica le aule a lui adibite e invade ogni ambito della vita: il letto, la casa, non più la casa del sindaco di Rosi, ma la casa di un cittadino qualunque e, più in generale, la quotidianità. Il protagonista, “un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, indica i residui della vecchia società disciplinare, quella che non punisce i detentori del potere, alla quale si sovrappone con forza la società del controllo, dove il cittadino perde il controllo del proprio potere, giungendo quindi alla schizofrenia. Non a caso una delle opere più celebri di Deleuze, con Guattari, si chiama proprio Capitalismo e Schizofrenia.
Entrambi i film mirano a denunciare gli abusi del potere. Il confronto dei due film usciti a distanza di sette anni durante i quali cominciarono le contestazioni studentesche al grido appunto di “Contestazione”, fa emergere il cambiamento del potere, e quindi anche del modello socio-economico si cui questo potere si nutre: il capitalismo. E il passaggio alla bio-politica sarà indicato a distanza di sette anni dall’uscita del film di Petri, quando le contestazioni del ’77 saranno al grido di “Liberazione”.
1Sorvegliare e Punire, 1975
2Volontà di Sapere, 1976