Cura, (ri)produzione e salute – una prospettiva conflittuale

Emilio Caja

“La nostra salute è un’arma di difesa e attacco contro i nostri nemici”, ha scritto qualche giorno fa su Facebook uno dei coordinatori delle brigate volontarie per l’emergenza (BVE) di Milano. Da mesi impegnate nel tentativo di sopperire all’abbandono istituzionale in cui si trovano persone in povertà tramite la consegna di pacchi alimentari e di altri beni di prima necessità, quello delle BVE è un tentativo che non vuole fermarsi a forme di assistenzialismo, in cui attivisti e volontari offrono gratuitamente un servizio alle persone in difficoltà, ma che mira alla costruzione di reti di mutuo soccorso e auto-organizzazione comunitaria. Le BVE portano avanti delle pratiche politiche che mettono al centro la cura: un sostegno comunitario e auto-organizzato alle attività riproduttive, insieme a un forte conflitto politico instaurato su questi temi, così da mettere al centro del dibattito quei diritti che lo stato italiano ignora ormai da decenni.

Il termine cura è però ambiguo, ricomprende mille sfaccettature e non sempre è considerato un termine su cui sia davvero possibile costruire una lotta politica.

Da un lato, quindi, non è facile identificare l’orizzonte all’interno del quale le attività riproduttive si compiono – in altre parole, quali sono le attività di cura? Dall’altra parte, in molti casi l’attività riproduttiva viene opposta a quella riproduttiva, sia per quanto riguarda le forme di società immaginabili sia per i metodi e le pratiche di conflitto con cui battersi per queste società – una questione di fini e di mezzi.

Il pensiero dell’ecologia politica offre delle possibili soluzioni sia in termini di ricomposizione della cura, sia soprattutto per una possibile unione d’intenti tra le soggettività della produzione e quelle della riproduzione. Ed è in questo contesto che la frase “la nostra salute è un’arma di difesa e attacco contro i nostri nemici” diventa importante. La pandemia ha spostato il tema delle diseguaglianze sociali su un piano di vita o di morte: i lavoratori e le lavoratrici, così come le famiglie e le persone in povertà si sono trovate esposte al rischio di contrarre il virus sul luogo di lavoro o sui mezzi di spostamento verso questo, con il rischio – poi concretizzatosi – di riportare il virus dentro le mura domestiche. Un sistema sanitario nazionale al collasso dopo i tagli degli ultimi trent’anni non è stato – e non è tuttora – in grado di garantire il diritto alla salute, mentre per chi se lo può permettere esiste il mercato parallelo degli ospedali e dei tamponi privati, dell’isolamento fiduciario in villa, dei corridoi sanitari in jet privato. I luoghi di lavoro sono invece, in molti casi, diventati focolai e, più in generale, come si va dicendo da un po’ di tempo, le mappe del contagio e quelle dello sfruttamento si possono sovrapporre l’una all’altra: e quindi le fabbriche dell’hinterland milanese e della Lombardia industriale, i poli della logistica, come quello di Bartolini a Bologna, il settore della logistica alimentare, con grossi focolai epidemici nel comparto della carne, e così via molti altri.

C’è dunque un primo elemento, che studiosi come Emanuele Leonardi[1] mettono in luce da qualche mese a questa parte: le lotte per il diritto al lavoro hanno incorporato un “nuovo” nucleo di richieste nei mesi della pandemia, quello per il diritto alla salute. Non che in passato non si fosse mai lottato per il diritto alla salute e contro le nocività della vita di fabbrica, anzi la storia del movimento operaio è piena di esempi, ma ora questa prospettiva non riguarda più soltanto alcuni contesti produttivi, di cui l’ILVA di Taranto è il caso più noto, bensì il lavoro in quanto tale. Questo vale tanto in fabbrica, quanto nelle fabbriche della logistica (i centri di smistamento) quanto nelle città (per i riders e più in generale per i lavoratori della mobilità cittadina, nonché gli operatori sanitari). I lavoratori e le lavoratrici in diverse zone d’Italia, e in diversi contesti produttivi, hanno preso coscienza di questa situazione attraverso scioperi e proteste.

Dalla fabbrica, alla logistica fino alla città, la pandemia non solo si è abbattuta tanto sul modello industriale di economia capitalista  quanto su quello post-industriale, ma ha anche messo in connessione le lotte del mondo produttivo con quelle del mondo riproduttivo. “Dentro e oltre il salario” si attualizza quindi da un lato con le lotte per la difesa dell’impiego, dall’altro, e in maniera fondamentale, contro l’esternalizzazione del rischio sanitario sui lavoratori e in difesa della possibilità di tutti e tutte di tutelare la propria salute. C’è quindi un filo conduttore evidente, poiché scoperto come un nervo, che collega il lavoro, tutto, al diritto alla salute.

La salute è uno degli elementi che compongono le attività di cura, forse il più importante, forse totalizzante se si pensa a quanto il concetto di salute riguardi sia il corpo che la mente. A partire da questa nuova consapevolezza – e nel tentativo di diffondere questa consapevolezza e renderla sempre più uno strumento di lotta – le lotte dei lavoratori industriali si possono unire alle lotte del mondo riproduttivo che si estendono oltre quelle dei (poco) riconosciuti lavoratori della cura – gli operatori sanitari o i riders –  e riguarda tutta una serie di battaglie, portate avanti principalmente dai movimenti femministi, che non sono necessariamente inquadrate nel mercato del lavoro, ma che hanno a che fare con il mondo del welfare.

La rivendicazione del diritto alla salute permette anche di guardare alla cura e alle attività riproduttive ad essa connesse come diverse forme di salute: fisica – cibo e nutrimento per tutti e tutte – e mentale – a partire dall’educazione, passando per le cure psicologiche e il benessere psichico, per arrivare alla possibilità per sé stessi e intorno a noi di realizzarsi e divertirsi. Soprattutto queste ultime due – divertimento e realizzazione – sono spesso taciute, come se fosse ormai un taboo che l’essere umano possa avere effettivamente il diritto allo svago e gli strumenti per realizzarsi. Per dirla con le parole di Franco Battiato, il tempo della cura dovrebbe circa essere il tempo in cui,

ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,

dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.

Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,

dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.

Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,

dalle ossessioni delle tue manie.

La cura è dunque quell’ambito, molto ampio, di scambio, insegnamento e apprendimento di strumenti e pratiche che favoriscono lo sviluppo umano in connessione con le altre persone e l’ambiente che ci sta intorno.

Nell’economia capitalista, il tempo della cura è schiacciato dal tempo della produzione, così che anche quando una necessità di cura viene parzialmente riconosciuta, questa immediatamente diventa un nuovo modo di produzione. Qui s’innesta un’altra accelerazione della pandemia: il blocco della produzione a causa del lockdown[2], concomitante con la rapidissima diffusione di un virus aggressivo come il covid-19, ha messo in luce come il welfare in Italia – e in Europa più in generale – sia totalmente inadeguato a garantire il tempo della cura. I disastri s’incastrano abbastanza linearmente: i tagli alla sanità e il più generale processo di privatizzazione ai lati del sistema sanitario nazionale, soprattutto per quanto riguarda la medicina territoriale, hanno fatto sì che i paesi europei che per primi sono andati in lockdown siano stati quelli con minori posti letto in ospedale, posti in terapia intensiva e sistemi di medicina digitale; i lockdown che, dopo la prima grossa stretta di Marzo-Maggio (che comunque in alcuni paesi, come la Germania, sono stati attenuati da un sistema sanitario più solido), si concentrano ora soprattutto sulle attività riproduttive: la scuola in didattica a distanza, i coprifuochi serali, le strette sulla socialità, la mancanza di tamponi che manda in quarantena immediata soprattutto ragazzi e ragazze a scuola o nelle attività post-scolastiche. Laddove non è considerata utile alla produttività, la sfera della riproduttività – già prima marginalizzata – si trova ora completamente abbandonata.

In quest’ottica, come sostiene Salvo Torre[3], la fase storica attuale rischia di diventare la prima crisi di riproduzione complessiva del capitale. Se le persone non possono più andare al lavoro perché i figli altrimenti rimarrebbero a casa da soli a causa della didattica a distanza, o se non possono più andarci perché di colpo la loro condizione di salute è diventata a rischio a causa della circolazione del virus, allora anche le dinamiche produttive faranno fatica a ripartire. L’abbandono cui le attività di cura sono lasciate può essere dunque trasformato attraverso le rivendicazioni per il diritto alla salute, fisica e psichica, che difendano la società e le sue forme di auto-organizzazione e richiedano il finanziamento delle attività portate avanti. Le rivendicazioni sono da portare avanti dentro e oltre il salario – e dell’oltre si devono fare carico gruppi come le BVE.

Le BVE si sono fatte carico di tenere in piedi e ricostruire il tessuto sociale riproduttivo partendo dalla constatazione dello stato di abbandono in cui migliaia di famiglie, a Milano e in Italia, si sono trovate con lo scoppiare della pandemia. Le BVE coprono dunque l’abbandono, ma il ragionamento che le porta ad agire in questa direzione non è soltanto che là dove c’è assenza dello stato, allora soggetti non statali devono inserirsi per tappare il buco – una logica che si è solidificata e codificata tra lo stato e le organizzazioni religiose nel corso del tempo. La ragion d’opera delle BVE è che questo abbandono non è un fenomeno improvviso, ma è il progredire e il risultato di scelte politiche delle classi dirigenti locali, regionali e nazionali degli ultimi trent’anni, mai in difesa dei cittadini e sempre più vettori istituzionali delle forze del capitale. Oltre la logica puramente d’assistenza, le BVE si muovono su tre assi di organizzazione comunitaria[4]: gli aiuti alimentari e igienicosanitari di base, la politicizzazione della cura, mettendo in luce l’abbandono delle istituzioni pubbliche e fornendo strumenti informativi e assistenza educativa alle famiglie che lo richiedono, e infine facilitando processi di auto-organizzazione comunitaria, fungendo da catalizzatore per diverse famiglie della stessa zona che possono aiutarsi vicendevolmente e, attraverso pratiche di solidarietà, condividere sapere, risorse e svago. Certamente il mutuo soccorso non si costruisce in una giornata, ma è un processo di lunga durata, perciò laddove già si utilizza la parola mutuo soccorso, spesso si intende il processo di costruzione della rete.

Due considerazioni finali. Alla luce dello scenario tratteggiato, che cosa vuol dire vivere in una società dell’abbandono? E come, questa descrizione di una società dell’abbandono si relaziona alle strutture disciplinari e di controllo ancora esistenti? Con migliaia di persone escluse dalle istituzioni salariali e assistenziali, si sta configurando un terreno di conflitto che va oltre la società disciplinare descritta da Foucault, e che allo stesso tempo ridefinisce i tratti della società del controllo: l’abbandono è una forma di controllo, poiché toglie risorse e strumenti di emancipazione, confina territorialmente e limita le possibilità di creazione di reti solidali intorno all’individuo, con il conseguente risultato di rendere l’individuo abbandonato molto più debole di fronte a qualsiasi forma di estorsione, lavorativa e non; e dunque il controllo si rinforza nell’abbandono, poiché maggiore è l’esclusione dalle istituzioni e dai diritti, più facile diventa l’imposizione di stati di fatto tipici della società del controllo. L’emergere della società dell’abbandono è dunque intrinsecamente legato alla società del controllo, che molti lavoratori dei centri della logistica, delle fabbriche 4.0 e del food delivery stanno sperimentando in forme sempre più repressive in questi anni. La parola abbandono, però, implica un grosso disinvestimento da parte delle istituzioni verso gli strati più marginalizzati della società che, almeno a livello semantico, differisce parecchio dal significato di controllo. C’è da chiedersi se nella pandemia stia prevalendo il controllo o l’abbandono e quali sfide politiche si possono lanciare in un’emergente società dell’abbandono.

Rimane da articolare, meglio e oltre queste parole, come si articolino i rapporti interni ed esterni alla sfera riproduttiva e all’economia di cura, sia per quanto riguarda gli scenari socio-economico in cui si collocano (abbandono vs. controllo?), sia per quanto riguarda il modo in cui le diverse componenti della sfera riproduttiva siano riconducibili ad una stessa struttura descrittiva. In queste righe c’erano dei primi spunti, che indirizzano verso la necessità di mettere la salute al centro dei discorsi tanto della sfera riproduttiva quanto di quella produttiva, sia come punto di convergenza di lotte altrimenti spesso distanti, sia come modo per analizzare le diverse sfaccettature che esistono all’interno della grossa categoria che è la cura.


[1] http://www.leparoleelecose.it/?p=38895

[2] Laddove si voglia sostenere che il lockdown non abbia fermato le attività produttive (cosa vera per molte attività anche non essenziali), rifarsi al punto di sopra sulla convergenza tra le lotte operaie e quelle per il diritto alla salute.

[3] http://www.leparoleelecose.it/?p=39135

[4] https://www.machina-deriveapprodi.com/post/per-una-ripresa-della-critica-della-vita-quotidiana

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