Camminando per le vie acciottolate che entrano ed escono da Spaccanapoli ci si imbatte continuamente in portoni di legno tanto alti da mettere in soggezione chi ci passa a fianco. Quando si tratta di entrare, però, bisogna piegarsi per non sbattere la testa e nello stesso tempo spingere per riuscire ad avere la meglio su un pezzo di legno spesso come un muro portante.
Entriamo in un palazzo decadente come ce ne sono tanti nel centro di Napoli. Muri grigi scrostati dal vento e dalla brezza marina diventano balconi di ringhiera arrugginiti, colmi di fili per stendere le lenzuola, tesi sotto il peso della biancheria bagnata ma fermi, piantati in pietre dure quanto è lunga la storia della città.
Ci apre Gloria, la madre di Checco, amico fraterno di Barbara, si conoscono fin dai primi anni di scuola. Ci accoglie con guanti di lattice sulle mani e una sciarpa rossa a coprirle la bocca, oscurando la metà inferiore di un viso che attira l’attenzione di chiunque se ne imbatte: capelli corti e folti, occhi profondi, naso appuntito di una carne colorita dal sole e dal cibo. Di più non posso dire, quello che gli occhi non vedono lo si lascia all’immaginazione, ma il velo rosso che le copre il resto del viso si adatta perfettamente alla pelle ai capelli rossastri, dando alla sua figura un tono oracolare. Sembra proprio di aver varcato la soglia di questa casa dagli alti soffitti per cercare risposte dalla maga Gloria, che intanto gesticola nel salotto che per un attimo diventa teatro. Ma Gloria è prima di tutto una gran cuoca, come lo è anche suo marito Roberto che ci accoglie seduto alla sua scrivania e riporta un po’ d’ordine in questa scena iniziale. Gloria è come una zia per Barbara e siamo venuti a trovarla senza che Checco sia in casa. Le conversazioni proseguono in tono vagamente frenetico, come se fossimo alle porte di un grande evento. In realtà, la visita non è nulla di particolare: un caffè a fine studio per augurarsi buon anno. Ma io che sono straniero in questa casa e ancora forestiero in questa città mi meraviglio di fronte alla teatralità dei gesti e delle parole che, come in una danza, mi hanno accompagnato dalla strada fin dentro casa e ora si sublimano in un’esibizione in cucina. Io percepisco frenesia e di frenesia ce n’è, ma non è soltanto il caffè. È raro per Gloria trovarsi a parlare con la sua quasi-nipote Barbara senza il figlio; e Gloria conosce Barbara al di là dell’aspetto fisico, al di là del carattere che anche noi che le siamo vicini crediamo di comprendere pienamente; la conosce come una madre e la guarda con occhi materni; per lei Barbara esiste come entità autonoma rispetto al figlio, non un amica né una fidanzata, ma una giovane donna con cui confrontarsi. Quella di oggi è perciò un’occasione per dare alla commedia del quotidiano un tono diverso, per superare quella barriera che solitamente contrappone figli e genitori e per creare una connessione indelebile in questa nuova fase della vita di Barbara, studentessa lontana dalla sua città natale. Gloria ci parla del passato, racconta della sua gioventù. Seduta su una sedia di fronte a noi, pubblico catapultato in sala senza averlo scelto ma ormai desideroso di sapere, non smette di muovere le mani e di imprecare contro il velo che è tanto affascinante per me quanto scomodo per lei che lo porta. Attenzione, però, non il teatro è parte della natura dei napoletani, non esiste una quarta parete, lo spettatore è sempre complice e attore; in questo caso, ad amalgamare la scena sono le tazzine del caffè, che tutte le cinque persone sedute al tavolo bevono mentre mangiano un tiramisù fatto in casa, e nessuno crederebbe mai di essere in scena.
– Francesco crede di poter comportarsi come un sessantenne, lo fa anche perché vede noi. Ma noi siamo stati giovani, e la mi giovinezza non è stata facile. Mia sorella scappò di casa, era anarchica e bruciava le bollette in piazza – i nostri occhi sgranano e stemperiamo la tensione con una risata di sbalordimento – Io mi iscrissi al liceo dell’Accademia di Belle Arti, che all’epoca aveva sempre le porte aperte. Nel senso, non era come tutte le altre scuole che quando le lezioni cominciavano al mattino chiudevano il portone. No. Da noi c’era un via vai di gente tutto il giorno. Nel cortile c’erano quelli che si drogavano, alcuni che facevano cose creative e poi quelli che stavano dentro i movimenti, i militanti. – era il movimento del ’77, indiani metropolitani che oscillavano tra creatività e azioni violente. – Io mi iscrissi al collettivo, ma era un casino. Ero troppo giovane, non avrei dovuto. Il mio liceo era attaccato all’Accademia e dentro al collettivo stavamo tutti insieme: io, che avevo quattordici anni, e gli studenti dell’Accademia che ne avevano ventitré. È evidente che avessimo necessità e prospettive diverse; una ragazzina viene travolta da tutto questo movimento ma non ha gli strumenti, non ha la maturità sufficiente per comprenderli. Insomma, un fu un casino. Chiaramente i rapporti con i miei genitori erano pessimi, ma non li critico: c’era una tensione tra la mia generazione che frequentava le università e cercava ardentemente il cambiamento, e una, quella dei miei genitori, che non aveva gli strumenti per capire, non aveva avuto un’educazione sufficiente e dunque non poteva essere coinvolta nel cambiamento. In famiglia trovai tante barriere. Poi, quando mio padre andò in pensione, decise di andarsene da Napoli ad Avellino. Non c’era un motivo particolare, solo la voglia di starsene in un luogo più tranquillo.
– Poi mi iscrissi all’Accademia, ed era il ’77, quindi potete immaginare quanto studiassi. Noi dell’Accademia facevamo esibizioni creative in giro per la città, c’erano installazioni con fili che percorrevano le vie, esibizioni provocatorie, spesso con giovani nudi; tutto quello che si faceva metteva in discussione lo stato vigente delle cose. Il discorso politico era polarizzato agli estremi; io ero una delle più movimentiste, prendevo e andavo a tenere comizi in giro per la città, nelle altre scuole, per conto del partito – Quale partito? – mi azzardo a chiederle – Democrazia Proletaria, stavo a sinistra. Facevamo comizi nelle palestre di altri istituti. L’università nei primi anni non l’ho proprio mai vista, tanto che la lasciai. Poi però, dopo essere andata e tornata e aver fatto in sostanza un gran casino, decisi che mi sarei iscritta di nuovo all’Accademia. E stavolta avevo voglia soltanto di lavorare. Ma pensa un po’? Appena ricominciai di nuovo l’università era occupata e non si faceva lezione, ed io ero incazzata nera perché volevo farla. All’epoca c’erano due professori di scultura: uno era un grande nome e io volevo assolutamente fare lezione con lui. Andai a cercarlo nel suo ufficio ma niente, sedia vuota e di lui neanche l’ombra. Così mentre vagavo per i corridoi incontrai il secondo, quello che sarebbe diventato il mio Maestro. Discuteva con gli studenti; allora mi avvicinai e gli dissi: “Mi scusi, lei è il professore? Non è che potrebbe venire in aula perché io vorrei fare lezione”. E così conobbi il mio Maestro. Una volta trovato chi mi poteva insegnare, un altro problema si palesò: con l’università occupata c’era un casino che non si poteva assolutamente lavorare in pace. Perciò scesi nell’aula magna, dove c’era un comizio, chiesi la parola e convinsi tutti che non aveva senso protestare con un’occupazione se poi non facevamo vedere a nessuno le pratiche e i risultati della nostra occupazione, e che quindi dovevamo uscire dai muri dell’università per coinvolgere le gente nella protesta. Non fu l’unico intervento che feci, ma con questo genere di proposte riuscì a liberare l’università e a lavorare con calma. E lavoravo per ore, con il mio scalpello stavo attenta ai minimi dettagli. Un giorno il mio Maestro entrò e mi disse: “Com’è che tu sei così focosa durante le assemblee, ti sbatti e ti agiti dovunque, e poi quando vieni qui diventi eccessivamente precisa?” Mi aveva visto in assemblea e ora mi sfotteva. Abbiamo mantenuto un bellissimo rapporto io e il mio Maestro, ma anche ora, sebbene ci diamo del tu, io lo continuo a chiamare Maestro. –
Non esce una sillaba dalle nostre bocche mentre Gloria racconta e gesticola con gli occhi grandi e che sfiorano la commozione. Anche i nostri occhi luccicano, ma di stupore; vedo Barbara eccitata, aveva sentito qualcosa da sua madre riguardo il passato di Gloria, ma non poteva immaginare che il racconto sarebbe uscito così, in un banale caffè delle sei; Eleonora è rimasta a bocca aperta per tutto il racconto, sorrisi si sono alternati a espressioni di stupore; Capasso ha ascoltato attentamente passandosi continuamente le mani tra i capelli. Suppongo sia un segno di concentrazione. Ed io, che sono entrato in questa casa per la prima volta oggi, non mi sono sentito straniero neanche un istante e mi trovo ora a custodire il ricordo di un pezzo di vita di una persona che invece di me non sa nulla. La apprezzo e la stimo.
– Promosso – dice rivolta a Barbara mentre ci alziamo. Il commento è scherzosamente riferito a me, il nuovo arrivato.
Entriamo in un palazzo decadente come ce ne sono tanti nel centro di Napoli. Muri grigi scrostati dal vento e dalla brezza marina diventano balconi di ringhiera arrugginiti, colmi di fili per stendere le lenzuola, tesi sotto il peso della biancheria bagnata ma fermi, piantati in pietre dure quanto è lunga la storia della città.
Ci apre Gloria, la madre di Checco, amico fraterno di Barbara, si conoscono fin dai primi anni di scuola. Ci accoglie con guanti di lattice sulle mani e una sciarpa rossa a coprirle la bocca, oscurando la metà inferiore di un viso che attira l’attenzione di chiunque se ne imbatte: capelli corti e folti, occhi profondi, naso appuntito di una carne colorita dal sole e dal cibo. Di più non posso dire, quello che gli occhi non vedono lo si lascia all’immaginazione, ma il velo rosso che le copre il resto del viso si adatta perfettamente alla pelle ai capelli rossastri, dando alla sua figura un tono oracolare. Sembra proprio di aver varcato la soglia di questa casa dagli alti soffitti per cercare risposte dalla maga Gloria, che intanto gesticola nel salotto che per un attimo diventa teatro. Ma Gloria è prima di tutto una gran cuoca, come lo è anche suo marito Roberto che ci accoglie seduto alla sua scrivania e riporta un po’ d’ordine in questa scena iniziale. Gloria è come una zia per Barbara e siamo venuti a trovarla senza che Checco sia in casa. Le conversazioni proseguono in tono vagamente frenetico, come se fossimo alle porte di un grande evento. In realtà, la visita non è nulla di particolare: un caffè a fine studio per augurarsi buon anno. Ma io che sono straniero in questa casa e ancora forestiero in questa città mi meraviglio di fronte alla teatralità dei gesti e delle parole che, come in una danza, mi hanno accompagnato dalla strada fin dentro casa e ora si sublimano in un’esibizione in cucina. Io percepisco frenesia e di frenesia ce n’è, ma non è soltanto il caffè. È raro per Gloria trovarsi a parlare con la sua quasi-nipote Barbara senza il figlio; e Gloria conosce Barbara al di là dell’aspetto fisico, al di là del carattere che anche noi che le siamo vicini crediamo di comprendere pienamente; la conosce come una madre e la guarda con occhi materni; per lei Barbara esiste come entità autonoma rispetto al figlio, non un amica né una fidanzata, ma una giovane donna con cui confrontarsi. Quella di oggi è perciò un’occasione per dare alla commedia del quotidiano un tono diverso, per superare quella barriera che solitamente contrappone figli e genitori e per creare una connessione indelebile in questa nuova fase della vita di Barbara, studentessa lontana dalla sua città natale. Gloria ci parla del passato, racconta della sua gioventù. Seduta su una sedia di fronte a noi, pubblico catapultato in sala senza averlo scelto ma ormai desideroso di sapere, non smette di muovere le mani e di imprecare contro il velo che è tanto affascinante per me quanto scomodo per lei che lo porta. Attenzione, però, non il teatro è parte della natura dei napoletani, non esiste una quarta parete, lo spettatore è sempre complice e attore; in questo caso, ad amalgamare la scena sono le tazzine del caffè, che tutte le cinque persone sedute al tavolo bevono mentre mangiano un tiramisù fatto in casa, e nessuno crederebbe mai di essere in scena.
– Francesco crede di poter comportarsi come un sessantenne, lo fa anche perché vede noi. Ma noi siamo stati giovani, e la mi giovinezza non è stata facile. Mia sorella scappò di casa, era anarchica e bruciava le bollette in piazza – i nostri occhi sgranano e stemperiamo la tensione con una risata di sbalordimento – Io mi iscrissi al liceo dell’Accademia di Belle Arti, che all’epoca aveva sempre le porte aperte. Nel senso, non era come tutte le altre scuole che quando le lezioni cominciavano al mattino chiudevano il portone. No. Da noi c’era un via vai di gente tutto il giorno. Nel cortile c’erano quelli che si drogavano, alcuni che facevano cose creative e poi quelli che stavano dentro i movimenti, i militanti. – era il movimento del ’77, indiani metropolitani che oscillavano tra creatività e azioni violente. – Io mi iscrissi al collettivo, ma era un casino. Ero troppo giovane, non avrei dovuto. Il mio liceo era attaccato all’Accademia e dentro al collettivo stavamo tutti insieme: io, che avevo quattordici anni, e gli studenti dell’Accademia che ne avevano ventitré. È evidente che avessimo necessità e prospettive diverse; una ragazzina viene travolta da tutto questo movimento ma non ha gli strumenti, non ha la maturità sufficiente per comprenderli. Insomma, un fu un casino. Chiaramente i rapporti con i miei genitori erano pessimi, ma non li critico: c’era una tensione tra la mia generazione che frequentava le università e cercava ardentemente il cambiamento, e una, quella dei miei genitori, che non aveva gli strumenti per capire, non aveva avuto un’educazione sufficiente e dunque non poteva essere coinvolta nel cambiamento. In famiglia trovai tante barriere. Poi, quando mio padre andò in pensione, decise di andarsene da Napoli ad Avellino. Non c’era un motivo particolare, solo la voglia di starsene in un luogo più tranquillo.
– Poi mi iscrissi all’Accademia, ed era il ’77, quindi potete immaginare quanto studiassi. Noi dell’Accademia facevamo esibizioni creative in giro per la città, c’erano installazioni con fili che percorrevano le vie, esibizioni provocatorie, spesso con giovani nudi; tutto quello che si faceva metteva in discussione lo stato vigente delle cose. Il discorso politico era polarizzato agli estremi; io ero una delle più movimentiste, prendevo e andavo a tenere comizi in giro per la città, nelle altre scuole, per conto del partito – Quale partito? – mi azzardo a chiederle – Democrazia Proletaria, stavo a sinistra. Facevamo comizi nelle palestre di altri istituti. L’università nei primi anni non l’ho proprio mai vista, tanto che la lasciai. Poi però, dopo essere andata e tornata e aver fatto in sostanza un gran casino, decisi che mi sarei iscritta di nuovo all’Accademia. E stavolta avevo voglia soltanto di lavorare. Ma pensa un po’? Appena ricominciai di nuovo l’università era occupata e non si faceva lezione, ed io ero incazzata nera perché volevo farla. All’epoca c’erano due professori di scultura: uno era un grande nome e io volevo assolutamente fare lezione con lui. Andai a cercarlo nel suo ufficio ma niente, sedia vuota e di lui neanche l’ombra. Così mentre vagavo per i corridoi incontrai il secondo, quello che sarebbe diventato il mio Maestro. Discuteva con gli studenti; allora mi avvicinai e gli dissi: “Mi scusi, lei è il professore? Non è che potrebbe venire in aula perché io vorrei fare lezione”. E così conobbi il mio Maestro. Una volta trovato chi mi poteva insegnare, un altro problema si palesò: con l’università occupata c’era un casino che non si poteva assolutamente lavorare in pace. Perciò scesi nell’aula magna, dove c’era un comizio, chiesi la parola e convinsi tutti che non aveva senso protestare con un’occupazione se poi non facevamo vedere a nessuno le pratiche e i risultati della nostra occupazione, e che quindi dovevamo uscire dai muri dell’università per coinvolgere le gente nella protesta. Non fu l’unico intervento che feci, ma con questo genere di proposte riuscì a liberare l’università e a lavorare con calma. E lavoravo per ore, con il mio scalpello stavo attenta ai minimi dettagli. Un giorno il mio Maestro entrò e mi disse: “Com’è che tu sei così focosa durante le assemblee, ti sbatti e ti agiti dovunque, e poi quando vieni qui diventi eccessivamente precisa?” Mi aveva visto in assemblea e ora mi sfotteva. Abbiamo mantenuto un bellissimo rapporto io e il mio Maestro, ma anche ora, sebbene ci diamo del tu, io lo continuo a chiamare Maestro. –
Non esce una sillaba dalle nostre bocche mentre Gloria racconta e gesticola con gli occhi grandi e che sfiorano la commozione. Anche i nostri occhi luccicano, ma di stupore; vedo Barbara eccitata, aveva sentito qualcosa da sua madre riguardo il passato di Gloria, ma non poteva immaginare che il racconto sarebbe uscito così, in un banale caffè delle sei; Eleonora è rimasta a bocca aperta per tutto il racconto, sorrisi si sono alternati a espressioni di stupore; Capasso ha ascoltato attentamente passandosi continuamente le mani tra i capelli. Suppongo sia un segno di concentrazione. Ed io, che sono entrato in questa casa per la prima volta oggi, non mi sono sentito straniero neanche un istante e mi trovo ora a custodire il ricordo di un pezzo di vita di una persona che invece di me non sa nulla. La apprezzo e la stimo.
– Promosso – dice rivolta a Barbara mentre ci alziamo. Il commento è scherzosamente riferito a me, il nuovo arrivato.