Esistenzialismo di un granchio o La repressione di un giovane

Pensata per una sceneggiatura teatrale

Seduti a un tavolo esterno del Frida c’eravamo io e Lorenza, un’amica dei tempi del liceo e con la quale condividevo allora anche gli stessi studi universitari. Entrambi eravamo nati e cresciuti a Milano, sebbene lei fosse molto attaccata alle sue origini napoletane: ogni qualvolta un insulto o uno sfottò verso gli abitanti della idealizzata terra delle sue origini giungeva alle sue orecchie, e vi assicuro che a Milano questo accadeva molto spesso, si potevano notare di colpo i suoi grandi occhi azzurri rimpicciolirsi mentre le bionde sopracciglia si aggrottavano, finché l’espressione tutta del suo volto non appariva decisamente minacciosa. La definirei una persona permalosa ma comunque in grado di non inciampare nel sottile filo che separa una frivola provocazione dal reale significato della stessa. Aveva un senso del dovere invidiabile, una testardaggine fuori dal comune che, unita a una pazienza limitata, la poteva far sembrare irascibile e seccante a tutte le persone che la conoscevano soltanto superficialmente. Per anni avevo provato a capirla senza successo; poi senza quasi rendermene conto ci trovammo, finalmente aveva deciso di mostrarmi la sua vera anima, di rompere una parte della spessissima barriera che la difendeva dall’incontrollabilità dell’esperienza umana. Sono certo che la decisione di Lorenza di aprire anche solo uno spiraglio della sua corteccia fu dovuta a un viaggio che per tre settimane Lorenza, Franco e me a vagabondare tra autobus e autostop sotto il cocente sole portoghese di agosto. In affollati ostelli incontrammo viaggiatori provenienti da ogni dove e ci tuffammo all’interno di quella che pareva essere una lunghissima corrente che trasportava centinaia di giovani avventurieri dalla costa meridionale della Spagna a quella occidentale del Portogallo, ci perdemmo, ci cercammo e infine ritrovammo cambiati ma inaspettatamente vicini nel pensiero e nelle visioni.

Pochi luoghi riuscivano a trasmettermi un senso di tranquillità come i muri ricoperti di rampicanti verdi e i tavoli pieni ma rilassati che insieme componevano l’ambiente pittoresco del Frida quel giovedì sera. Era da molti mesi che Lorenza ed io non riuscivamo a trovare il tempo di vederci, era come se una forza, un’aura negativa si fosse intromessa tra di noi e ci tenesse lontani, sebbene mai come allora condividessimo un’affinità elettiva di cui tutti e due eravamo nell’intimo dei nostri pensieri consapevoli. Davanti ad una birra sentivamo voci chiacchierare appassionatamente di qualsiasi cosa, dall’università al cinema, senza un attimo di tregua. Anche noi divagavamo confrontando le nostre diverse visioni su uno stesso tema e, nonostante partissimo da tesi diverse e a volte discordanti, finivamo per trovarci sorprendentemente d’accordo su ogni singolo argomento, come due pianisti che, mettendosi a suonare a quattro mani per la prima volta insieme, riescono battuta dopo battuta a trovare la coordinazione delle mani necessaria per suonare il pezzo e, quando improvvisamente si rendono conto di aver creato l’armonia, un abbozzo di sorriso si può scorgere sulle labbra di entrambi senza che però gli sguardi fissi sullo spartito si incontrino.

LORENZA: Sai, ho appena finito un telefilm che ti piacerebbe un sacco, si chiama Mad Men. Il protagonista ti assomiglia molto caratterialmente. Nel suo lavoro è affermato e pieno di successo, ma la sua vita privata è scandalosamente ambigua: è un uomo bipolare, ansioso e mai soddisfatto…

EMILIO: Mm, interessante. È questa la considerazione che hai di me?

L.: Questa è in realtà la considerazione che ho di me. Però anche tu, nella tua paventata sicurezza, nascondi in realtà un animo molto travagliato, non è così?

E.: Non posso negare. Ciò che più mi contraddistingue è in realtà l’assurdità delle mie scelte. A volte credo di avere delle manie di potere che si manifestano sotto forma di tentativo di eccellere per conoscenza. Sento di non avere un talento particolare ma ho una grande memoria. È proprio la memoria diventa mezzo per il fine, il potere. Inizio solo ultimamente a capire che nel mio subconscio adoro essere sempre un passo avanti, sapere più degli altri. Questo da un lato mi permette di poter essere ‘figo’, mentre dall’altro il sapere e l’organizzazione meticolosa della mia vita mi permettono di ridurre al minimo le situazioni inaspettate, dove a causa della mia poca intraprendenza e fantasia fatico a destreggiarmi. Se fosse davvero così come penso, sarebbe un po’ triste…

L.: Ma figurati, mi sembra che tu sia un po’ troppo severo con te stesso. Quando penso a te, vedo una persona sveglia e che sa molte cose, alcune molte di nicchia, proprio per questo hai un’idea di vita particolare, difficile da apprezzare per la maggior parte degli studenti della nostra universit…

E.: ECCO! Il problema è l’ambiente universitario sterile in cui ci stiamo sviluppando, in cui sono soltanto i soldi e il successo a contare, dove tutti sono scandalosamente impostati su un modello grigio e austero. Io non riesco proprio a ritrovarmi qui dentro, mi sembra di essere un granchio in un mare di salmoni: loro avanzano ordinati in branco e raggiungono i loro rigidi e poco fantasiosi obiettivi, mentre io arranco in orizzontale, mi perdo e non mi ritrovo, vivo di ideali che non sono minimamente in grado di soddisfare. Per ogni passo in avanti ne faccio dieci di lato, perché cerco di alleviare la monotonia dell’avanzata guardando anche al diverso, all’arte alla musica alla poesia, ma in nessuna di queste riesco ad entrare a fondo, dove sono quindi?

L.: Io invece vedo il nostro ambiente universitario come qualcosa di stimolante, soprattutto se considerato all’interno del contesto milanese. Tu e Jacopo siete così fieri di professarvi anti-sistema e radicali, ma nei fatti le vostre sono parole all’aria! E’ da mesi che parliamo di costituire un’associazione nuova, innovativa e fondata su principi più sociali, ma mi sembra che voi oltre alle proclamazioni non siate andati molto oltre.

E.: E tu? Tu cosa hai proposto? Le nostre idee sono in evoluzione ma abbiamo pensato tanto e qualcosa siamo riusciti a tirare fuori. Sarebbe bello riuscire a far co-esistere vari gruppi giovanili, studenteschi e non, ma bisogna pensare ad attività quotidiane senza neanche avere una stanza dove poterci ritrovare…

Capisci perché dunque non apprezzo i valori della nostra università? Neanche una stanza?!

L.: Rimane comunque il fatto che tutti voi continuate a riempirvi di orgoglio per questa vostre posizioni ribelli, neanche fossimo ai moti degli studenti negli anni settanta, ma non rimanete altro che studenti svegli ma solo in parte non omologati.

Io sono ‘diversa’ esattamente come voi, ma cerco di pormi in maniera più propositiva verso l’istituzione e soprattutto gli altri studenti. Credete forse che in altre università, sia esse pubbliche o non, trovate persone poi così diverse da qui. Le dinamiche interpersonali hanno spesso un carattere ciclico e circolare…

E.: Quello che dici è giusto, noi ci poniamo in maniera così aggressiva soltanto per superare i nostri stessi timori, le nostre insicurezze. Ti assicuro però che il rispetto e l’interesse per gli altri sono molto più forti in altre università; qui, da noi, il dio danaro è già a quest’età la principale attrattiva dei nostri compagni… SOLDI, SOLDI, SOLDI!! E lo stage, il curriculum, le raccomandazioni familiari, l’ostentazione, lo snobismo, cause ed effetti si fondono in un gigantesco gregge carico d’odio che penetra ogni singolo angolo di questo luogo in apparenza così felice, rendendolo a me repellente.

Il problema sai qual è? Questo gregge ad un certo punto si espande, il morbo infetto si diffonde a vista d’occhio. Dapprima in maniera del tutto inattesa ne sono contagiati i mendicanti della zona, uomini che il mio ferreo ideale suggerirebbe di aiutare improvvisamente mi diventano insofferenti. Cerco di scappare, vado via dall’università, cerco di camminare il più lontano possibile da quel luogo. Sai cosa succede allora? In ogni angolo ormai mi sento vuoto, inadatto, repulso e indifferente. Basta! Non posso più stare in questa città, il suo clima ristretto e limitato mi opprime.

L.: (dopo uno sbuffo a bocca serrata e lo stesso movimento di occhi e sopracciglia sopra riportato) Ma oltre a lamentarti sai fare altro? – rise – Per quanto mi trovi d’accordo con te non serve prendersela così sul personale. Le persone che conosciamo, incluse anche le conoscenze allargate, hanno portato anche me alla saturazione, tu stai cercando di spremerli fino all’ultimo seme e ne trai qualche nuovo frutto, qualche nuovo amico in grado di prolungare la tua pazienza e il tuo buon umore per qualche mese, ma poi finisci per sprofondare in questi crolli nervosi . Io invece credo che Milano abbia ancora persone interessanti da offrire, stimoli nuovi e costruttivi che richiedono soltanto lo sforzo della ricerca; siamo noi ad essere pigri!

E.: Ti sbagli, la ricerca di cui parli è ardua e questo perché Milano è una città piccola, dalla mentalità provinciale e sono abbastanza sicuro di non essere in grado di trovare stimoli da niente e nessuno in questa città, niente è per me pensabile a lungo termine. Di chi è la colpa non mi interessa, sento che è così e basta! Sarò in grado di finire i miei studi e poi me ne andrò via in cerca, prima di tutto, di me stesso…

L.: Che tu mi voglia o meno, ho proprio l’impressione che io ti seguirò con tutti i miei difetti nelle tue imprese orizzontali…

Lorenza si aprì in un sorriso infinito, che sprigionava la stessa tranquillità di uno dei pomeriggi portoghesi in cui, seduti all’ombra di un masso sulla spiaggia, leggevamo e cantavamo come persone libere in un mondo fatto a colori ed eternamente felice.

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